Luoghi imprigionati
Pubblicato da Dellaplane
Da quando vivo qui ci passo spesso davanti spesso, è sulla strada di casa quando vado in centro, oltretutto in un punto in cui il traffico è spesso fermo. Le Carceri Nuove sono rimaste imprigionate nella crescita della città, in un punto che ha fatto per lungo tempo da confine tra ere diverse della stratificazione dell’espansione metropolitana.
Ci siamo entrati da un lato, non dall’entrata principale, la giornata era primaverile; il ritrovo è nel passaggio tra le due cinte di mura, in uno spazio che non ti aspetti se hai sempre visto da fuori. All’interno del muro che da sul corso ci siamo raccolti davanti alla serie di ritratti di chi aveva lasciato quel luogo per essere ucciso dai nazi-fascisti. I nomi fanno pensare a luoghi diversi, alle vie e alle piazze intitolate a quei volti, al Martinetto, dove quegli sguardi sono stati spenti e che ora è anche esso imprigionato nella città cresciuta. Mi sono sentito quasi in colpa di non averci mai pensato prima, di non aver associato nomi e luoghi, ma solo a vederlo da quasi dentro cominci a renderti conto, a mettere assieme volti e nomi e luoghi.
Quando Felice ha cominciato a spiegare perché non bisogna dimenticare, mi sono reso conto di quanto ipocrita possa essere l’espressione “politically correct”: quante volte ci si ferma un attimo a pensare a come dire qualcosa per non offendere, perché “così non si dice” mentre esitiamo ad agire, a pensare alle conseguenze del non pensare. Il sonno della ragione genera mostri e di fronte a quel muro vedi la mostruosità, ne ricostruisci l’aspetto. Ho cominciato a immaginare chi era separato dal resto del mondo da quei muri, a quali potevano essere le speranze, le paure, le consapevolezze del motivo per cui ci si trovava li dentro; ha senso l’espressione “finire dentro” , già vista da quello spazio intermedio, incongruo. Felice racconta come per lungo tempo sia stato di terra battuta e percorso dai cani, ci accompagna verso l’entrata principale, pendono foto e storie. I racconti ora si riferiscono a chi si è preso cura dei carcerati, il busto di Cafasso sembra controllare chi entra o esce e Felice racconta che un altro busto i carcerati lo hanno fatto mettere al Rondò della Forca, che si chiama così proprio perché era il luogo le esecuzioni capitali. I miei amici abitano proprio lì sopra, quel busto lo vedevo dalle finestre della Regione quando era la nostra sede per le riunioni dell’AIF; un altro caso in cui la città ha circondato, assorbito la memoria.
Usciamo un attimo dal fabbricato, per vedere la lapide che ricorda le guardie carcerarie uccise dai terroristi. A quello strato ci arrivo con i ricordi, le assemblee e le manifestazioni di quando ero al liceo, le notizie al ritorno da scuola. Provo a mettere in relazione le presenze evocate, le ragioni tradite, i valori delle vittime e dei carnefici.
Nel braccio femminile quel che impressiona è lo spazio destinato ai bambini, il fasciatorio e un bambolotto abbandonato. Fino a tre anni con la madre, poi la separazione, da un giorno all’altro. Non ho ricordi di quando avevo tre anni, credo, e spero sia così per tutti, per loro soprattutto. Un’altra idea di innocenza, non puoi non sentirti dalla parte della suora che ha dedicato la vita a quelle creature e, coerentemente, seppe gestire quel 25 aprile del ritorno alla libertà di chi si era opposto all’orrore e al silenzio. Ulteriore conferma di quanto siano fuori luogo le ideologie rispetto alla giustizia, intesa come rispetto di quanto è giusto perché rispettoso dell’umanità.
Poi i bracci messi in sicurezza ingabbiando i ballatoi, come nell’iconografia cinematografica, occupati fino agli anni di piombo.
Il “Braccio dei tedeschi” con gli spazi (esigui) a cui associ le foto viste sul muro di cinta.
La Cappella “nuova”, il passaggio per i cunicoli che consentivano ai carcerati di partecipare alla messa da cellette in cui qualcuno di noi non sarebbe neanche riuscito ad entrare.
Nel sotterraneo il braccio dei condannati a morte, ma poi usato fino ai tempi in cui qualcuno ha incollato una copertina di Sorrisi e Canzoni con Maradona. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza, la loro speranza di essere stati utili, la nostra paura di averli delusi.
Il giardinetto è stato rimesso a posto dai volontari, dall’amico che ci aveva proposto la visita e accompagnato; il sole era basso, ma l’aria era tiepida, non sentivamo più il freddo dei sotterranei e dei corridoi stretti.
Abbiamo fatto fatica ad andarcene, a lasciare quei racconti, il senso di umanità di Felice e degli altri volontari, la loro determinazione a non voler dimenticare, a tramandare la testimonianza di quelle sofferenze, la loro vicinanza .
Più volte mi sono chiesto cosa ci separi da quei tempi: oggi possiamo testmoniare la realtà, discuterla con una facilità che nessuno ha avuto in precedenza e che non si può perdere per pigrizia e conformismo. Ci sono parecchie cose di cui preoccuparci, ma abbiamo opportunità di informarci e discutere che non possiamo non utilizzare per evitare che quegli orrori si ripetano, anche in forme diverse, ma sempre partendo dal presupposto della presunzione e della sopraffazione.
Al mattino successivo mi sono svegliato con le notizie del terremoto in Abruzzo.
Avevo voglia di scrivere della visita alle Nuove, ma non mi sembrava giusto pensare ad altri luoghi, non mi sembrava giusto pensare a mura rimaste in piedi.
Il 25 aprile ci sarà una Messa e il Coro degli Alpini.
Il Museo sta nascendo adesso, ha un bel sito, sempre aggiornato, e fa parte del circuito museale di Torino e del Piemonte.
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