Dellaplane

“La vita e nient’altro” di un formatore ICT cinefilo e radiofilo, sotto lo sguardo di Balengo e Bamboulot

The Artist

Sono andato a vederlo con la mezza idea che fosse un esercizio di stile, e senz’altro lo è. MA ha un fascino che va oltre il rifare oggi quanto fatto 80 anni fa, per la bravura degli interpreti, della loro auto-ironia. A parte che che Uggy, nella parte del cane meriterebbe l’Oscar come non protagonista; in alternativa Goodman e Cromwell meriterebbero. A parte tutto ciò, il discorso è un altro.

Abbiamo bisogno di favole, KAurismaki c’è riuscito meravigliosamente, con quel leggero anticipo sui tempi che è dei geni; pare che anche Woody Allen ci abbia provato,  riuscendoci. MA The Artist potrebbe essere anche molte altre cose.

  • Un omaggio al cinema americano degli anni d’oro. Oggi è in una tale crisi di idee che perfino la commedia all’italiana è risorta, negli incassi e almeno in qualche idea, un po’ vaga ma presente, di raccontare la realtà;
  • la storia di un uomo che non si rende conto del passaggio epocale del suo tempo, che resiste per orgoglio e perde tutto. Faccio formazione sulle nuove tecnologie a persone che si stanno allontanando dalla pensione mentre pensavano di avvicinarsi. Mi sembra una bella metafora, quella del passaggio dal muto al sonoro, sviluppata con eleganza
  • Siamo ancora in grado di comunicare, magari con i nuovi mezzi di comunicazione? Diamo per scontato il linguaggio che usiamo, ma siamo sicuri che tutti lo comprendano, soprattutto da chi si forma dopo di noi, con altri stimoli e apertura?

MAgari me ne vengono anche altre, ma per il momento mi sembrano abbastanza per lasciarmi qualche dubbio sul fatto che non sia stato solo un esercizio di stile.

E poi un po’ mi sono commosso, mi succede spesso con le favolette, ultimamente.

Non è mai troppo tardi

Anche per andare a vedere la mostra su Alberto Manzi: ci sarà tempo fino al 31 novembre.

ANDATECI! E’ la storia di un padre della Patria, qualcosa che ci appartiene come cittadini che guardano a modelli positivi, a persone per bene, capaci, che ragionano con la propria testa a beneficio della comunità. Il documentario/intervista dura mezz’ora e vi farà venir voglia di rivedere le memorie raccolte nelle teche.

Spero che la mostri giri l’Italia, che giovani, insegnanti e formatori la possano vedere.

Per i formatori è particolarmente interessante: straordinariamente moderno nel suo modo di insegnare, Manzi ha anticipato i tempi; oggi sarebbe entusiasta delle nuove tecnologie per comunicare e rappresentare la realtà, le ha anticipate con il suo modo di pensare con i mezzi che ha avuto a disposizione. E poi c’è l’etica dell’uomo, del cittadino responsabile e consapevole.

Mi sono davvero commosso a ripensare al mio ricordo di bambino che lo imitava senza capirlo, mi sembra che mi abbia trasmesso molto più di quanto pensavo e vorrei davvero essere alla sua altezza come uomo e come cittadino, soprattutto in un momento come questo, oggi addirittura. Quando c’è di nuovo aria di ricostruzione necessaria.

Via Emilia Doc Fest–seconda parte

Sorelle d’Italia

Non un documentario ma un servizio televisivo su "le donne di Berlusconi". Magari con senso in Svizzera o Francia, per mostrare il giudizio delle italiane su B., ma in Italia è un caso titpico di predica ai convertiti, di qualunque parte.

Voto: 4/10

Pesami l’anima

Donne con problemi di peso (risolti) che si raccontano. Piuttosto già visto, ben fatto, sintentico ma senza slanci, se non un certo gusto estetizzante senza essere troppo patinato.simpatia d’obbligo.

Voto: 6/10

Cadenza d’inganno

Ricorda molto Corde di Sannino, anzi, si vede un giovane boxeur di nome Ciro e che somiglia molto al protagonista dell’altro documentario. QUi il ritratto copre un lungo arco temporale, anche se il protagonista rinuncia a farsi riprendere per 8 anni e chiude il film con il proprio matrimonio.  Il messaggio non è positivo, prevale un contesto sociale di sogni di ricchezza e abbandoni scolastici (con una insegnante del genere, in effetti…). Il film accusa questo essere rimasto sospeso per troppo tempo, non si concentra su nulla anche se questo rispecchia il punto di vista dei soggetti che si vuole ritrarre. Ma in generale il film non decolla, non crea empatia, anzi.

Voto: 5/10

Il Valzer dello Zecchino – Viaggio in Italia a tre tempi

Bello spaccato di desideri di genitori riversati sui bambini: Bellissima di Visconti dovrebbe essere proiettato in tutte le scuoleed al posto del tg almeno un paio di volte all’anno. Roba da telefono azzurro e da Little Miss Sunshine, purtroppo senza l’Alan Arkin della situazione. Magari si rasenta lo stereotipo, magari genitori e figli sono davvero questi, l’Italia dei centri commerciali. Io dello Zecchino d’Oro ho, tutto sommato, buoni ricordi ma la tv per bambini era altra cosa, non c’era sfruttamento commerciale, non c’era il televoto e i genitori si vedevano abbastanza poco; qui il dietro le quinte è preoccupante. C’è da sentirsi un po’ snob, ma il doc è senz’altro efficace.

Voto: 7/10

Via Emilia Doc Fest: Les fleurs à la fenetre e Hart-Quake

Ho cominciato a vedere i documentari della seconda edizione di Via Emilia Doc Fest (http://www.viaemiliadocfest.tv/). Contrariamente a quelli dello scorso anno, non ne avevo visto nessuno in altre rassegne, per cui la visione è esplorativa al massimo. L’inizio è stato molto promettente.

Di seguito le prime opinioni. Per vedere i 30 film c’è tempo fino al 15 novembre

Les fleurs à la fenetre

Sogni di ragazze camerounensi dalla virtualità di internet alla realtà.

Il doc parte dall’idea di parla re con ragazze camerounensi conosciute in internet andandole a trovare, filmando la loro vita quotidiana e facendosi raccontare sogni e realtà. Internet c’è fino ad un certo punto, l’approccio che hanno le due ragazze protagoniste (una terza si ritira subito dal progetto) è al tempo stesso disincantato e speranzoso, positivo ma cauto, come tutta la loro vita, che nonostante la ricerca, sopratutto dell’arte, dell’espressione (ma questo potrebbe essere un effetto di deviazione del campione, sociologicamente parlando) sono legate ad una realtà che non riesce ad andare molto oltre la sopravvivenza, una speranza di vita limitata. Una terza donna emerge e le viene dedicato il film, la madre di una delle due ragazze, che incarna un’Africa di una generazione di mezzo è che è mancata un anno dopo le riprese, come quasi lei stessa aveva previsto.
Il film non è certo perfetto tecnicamente, anche se c’è cura e senso poetico oltre che estetico soprattutto nei titoli dei capitoli e nella scelta delle musiche; è molto affettuoso verso le persone, le protagoniste raccontate brevemenete ma efficacemente e qualche ritrattino di contorno e quasi se ne vorrebbero di più. Poca insistenza su aspetti da cartolina, fortunatamente.

Voto: 7,5/10

Heart-Quake

Un’associazione di volontari italiani in Kossovo, un bimbo di pochi mesi con un grave problema cardiaco da operare in Italia; la madre accompagna il piccolo a Milano, ma il marito minaccia di uccidere gli altri quattro figli, costringendo la moglie a tornare anzitempo; il bimbo resta affidato alle cure dei volontari che, una volta operato e ristabilitosi, lo riportano a casa.
Difficoltà di lingua e di costumi, il ruolo della donna come non può essere nel 2010.

Nel suo voler essere cronaca di un’esperienza, il doc è fin troppo algido, poco efficace nella prima parte, più motivato nella seconda, rischia qualcosa, fa scattare il meccanismo di identificazione un po’ a senso unico e rende quasi insopportabile la vittima predestinata, la madre. Il film è comunque coraggioso, probabilmente segnato in corso d’opera dagli eventi imprevisti e questo sembra quasi aver bloccato gli autori su scelte il più possibile neutre che, appunto, circondano il film di una freddezza che sfiora la presunzione. In un’epoca in cui lo straniero è visto comunque con "calore" la scelta è originale ma, in questo caso, quasi fuori luogo.  A parte questo si rimane a pensare di fronte ad una storia del genere, cominciando dal rispetto e dall’ammirazione per i volontari.

Voto: 6,5/10

Locarno 64: La settimana della critica

A Locarno è riservata ai documentari, e quest’anno non ha sbagliato un colpo! Magari la giuria è stata troppo generosa con “Messies” documentario molto interessante ma forse altri erano di maggiore impatto. L’unico limite è un’eccessiva prevalenza di documentari germanofoni, nessun latino (francese, iberico o italiano): per quanto il risultato finale sia stato molto apprezzabile, è una mancanza che si avverte da troppo tempo e non è certo giustificata con la mancanza di materia prima, visto che nella selezione fuori Concorso e in Cineasti del Presente non mancavano documentari di quei paesi degni di nota.

Un tema trasversale a parecchi film (presenta anche in atri titoli un po’ in tutte le sezioni) è quello della giustizia reale, della possibilità di recupero nella società civile di chi ha commesso reati o anche solo viene da fuori, in molti sensi. Elemento comune a molti autori è il posizionarsi nella narrazione in modo che sia lo spettatore a dover prendere posizione e a trovarsi in difficoltà nel farlo, perché le soluzioni proposte dalla società sono incomplete, contraddittorie. In questo modo un capolavoro come Le Havre sembra dimostrare che solo la finzione, solo quello che non c’é nella realtà (ma che ci si deve impegnare perché avvenga) può salvarci. E per quanto veloce sia la capacità di raccontare la realtà, gli scontri di Londra piuttosto che la crisi economica sembrano far passare in secondo piano questi problemi. Colpisce il senso di pietà con cui molti degli autori hanno deciso di affrontare temi del genere, senza nascondere le proprie simpatie ma lasciando allo spettatore il porsi di fronte a alle questioni etiche. A livelli diversi, ma nei sei film visti (su sette) era presente lo stesso tema: è un caso, un tema scelto dai selezionatori (molto fortunati, vista la qualità delle opere) o è una tendenza forte nel cinema documentario?

Not in my backyard (quando si finisce di scontare una pena? voto: 8/10)

La vita quotidiana di due condannati per pedofilia a Miami, costretti, dopo aver scontato la loro pena, di vivere sotto i ponti (letteralmente) o comunque ai margini della società, a distanza dalle potenziali vittime e incatenati elettronicamente. Senza entrare nel merito delle colpe individuali, quello che impressiona è il disagio e l’incertezza dello spettatore: da un lato l’inevitabile condanna per il delitto commesso (comunque mai violento, negato o ridimensionato dai condannati e comunque scontato), dall’altro l’impossibilità, nonostante la buona volontà, a reinserirsi nella società. Difficile rimanere indifferenti quanto prendere posizione  e l’autore sceglie di non scegliere, esattamente come lo spettatore si trova a fare i conti con la propria paura e con l’empatia del colpevole al tempo stesso vittima. Nato da un caso giornalistico, l’opera è di un giovane tedesco che vede il sistema giudizario e sociale americano con occhi europei, propenso al recupero del colpevole, anche se, possibilmente, non nel proprio cortile. In un festival che ha dato moltissimo spazio al tema dell’accettazione dello straniero, Not in my backyard ha il grosso merito di ricordarci che gli stranieri sono anche chi si macchia di un delitto e ne paga la pena; ma fino a che punto la pena si protrae, anche quando lo stesso sistema giudiziario dovrebbe porsi come obiettivo il recupero di chi non può dirsi malvivente abituale ma che il vicino di casa o il compagno di lavoro teme come una minaccia, anche solo potenziale, per i propri figli?

Messies, ein schones Chaos (chi è senza peccato scagli la prima cassetta, voto 7,5/10)

C’è chi accumula più o meno di tutto, incapace di disfarsi degli oggetti del proprio “desiderio” al punto da non riuscire a muoversi per casa, rinunciare a una vita sociale, litigare con coniuge, vicini e istituzioni. Appena rientro a casa faccio pulizia di ciò che non uso più, lo prometto; per cui mi sono piuttosto identificato nei protagonisti del doc, e anche molto pubblico, visto che tutte le proiezioni sono andate esaurite, e anche la giuria, che lo ha premiato. Forse poteva esserci maggior sintesi nel racconto, ma evidentemente l’obiettivo dell’empatia è stato raggiunto. In questo caso il problema della propria posizione personale rispetto al problema è più accettabile socialmente ma intrigante sul piano individuale, un difetto, una brutta abitudine viene mostrata quando diviene patologia, psicologica e sociale.

CARTE BLANCHE (come ER, ma senza Clooney e con persone e sangue vero, 8/10)

Il primario di traumatologia di un ospedale di Tel Aviv. Non viene risparmiata la vista del lavoro del medico, pur senza insistere più  di tanto; poteva essere risparmiato allo spettatore? forse, ma certo vienbe dato risalto alla difficoltà in generale di affrontare situazioni costantemente critiche e al limite, il sangue ne fa parte e se ne deve essere coscienti. Ai problemi di un medico che non ha margini di errore si sommano quelli di dover far fronte ad una situazione in cui i pazienti hanno difficoltà di tutti i generi, alcuni vengono salvati dal suicidio e, se il medico non si pone problemi nel cercare di salvare le loro vite, allo spettatore, ascoltando le loro storie e vedendo sui loro volti la disperazione e la solitudine, vengono dubbi e sentimenti contrastanti. Anche in questo caso lo stile è asciutto, il medico è protagonista assoluto ma ad alcuni pazienti viene dato modo di raccontarsi, anche da soli.

Al festival era presente un altro documentario con lo stesso titolo, ma soggetto del tutto differente, riferito alle indagini del tribunale internazionale sui crimini contro l’umanità.

GANGSTERLÄUFER (piccolo Scarface a Berlino, voto 7/10)

Uno dei titoli da cui mi aspettavo mi meno, bella sorpresa. Un giovane musulmano, berlinese di seconda generazione, amico del regista fin dall’infanzia, è aviato alla criminalità, ma il carcere ne ridimensiona le ambizioni e lo fa tornare in seno alla famiglia, ma riservandogli uno stato di “tollerato” che gli ha impedito di venire a Locarno o di tornare a scuola. Di nuovo le contraddizioni della società (quella tedesca, come quella svizzera per Vol Special o americana per Not in my backyard) che rendono impossibile la soluzione di problemi con la coerenza che la società civile si aspetterebbe. In questo caso la vicinanza tra il regista e la storia si sentono particolarmente, in qualche modo appaiono come la motivazione stesdsa del film, e questo fa perdere qualcosa, si ondeggia tra la famiglia e il giovane. Ma l’aver seguito per diversi anni l’evolversi della vicenda consente una visione particolare e problematica, soprattutto al pensiero che non ha ancora trovato soluzione positiva nonostante la buona volontà

DIE EVOLUTION DER GEWALT (perché non andare in Colombia, voto 6/10)

Il film che mi ha convinto di meno, storia della violenza di ieri e di oggi in Colombia. Rispetto agli altri film della rassegna questo mi è sembrato il più convenzionale e, per quanto fatto con partecipazione,  non scenda nel profondo come gli altri, puntando più al reportage giornalistico che al coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Calvet (come in un romanzo, 7/10)

Un pittore racconta la sua storia di poco di buono, finito nella Legione Straniera e ladro, che per uscire dal giro (sottraendo il bottino) abbandona moglie e soprattutto figlio. Dopo una dozzina di anni, accompagnato dalla telecamera, lo cerca. A parte i quadri molto belli, il personaggio è da romanzo o da film di finzione. C’é solo il racconto in prima persona, avvincente e toccante per quanto parziale, si finisce comunque per simpatizzare col protagonista. Altro film sorprendente, anche in questo caso l’autore lascia allo spettatore il “giudizio” sulla persona, pur simpatizzando in modo netto con il protagonista, ma al punto di aiutarlo, quasi di dargli l’occasione per redimersi ritrovando il figlio abbandonato.

VH… che?

Una delle cose migliori di questa estate televisiva è la replica serale delle vecchie puntate di Passpartout di Philippe Daverio su Rai 5. he tenerezza, però, nei titoli finali vedere l’indirizzo cui rivolgersi per “Informazioni, approfondimenti e VHS:” e meno male che segue un indirizzo mail (di un provider, non della RAI o con il dominio del produttore). E viene da pensare a come è stato rapido ed improvviso il cambiamento nel modo di diffondere i contenuti multimediali. Così rapido ed improvviso che quasi si capisce perché una classe dirigente, impegnata in tutt’altro, non se ne sia accorta, almeno fino ad ora. Ahi lei.

Avere le televisioni

La sera in cui il segnale del cambio del vento si conferma, i nipoti che hanno accompagnato i nonni ai seggi hanno dimostrato che non c’é solo la tv a informare e a far decidere le persone, una tv inizia un nuovo programma: “Tamarreide”, un reality. E poi si parla di distacco dalla realtà…

Aggiornamento: Su un altro canale i ragazzi di “I pazzi siete voi” che avevano simulato la vita in un rifugio anti atomico e che oggi, giustamente, si sentono vincitori

La luna 24 ore

Compro il quotidiano confindustriale due volta alla settimana, il giovedì e la domenica, per gli inserti. Magari poi ho poco tempo per leggerli, in casa occupano spazio e se cerco un articolo che ricordo di aver letto, comunque devo scartabellare e mettere a soqquadro la pila di carta; meno male che ogni tanto mi ricordo di schedarne qualcuno con Zotero e che ogni anno esce il cd del Domenicale. Peccato per Nòva. Peccato soprattutto se dovesse cambiare molto, uniformandosi ad una visione dell’innovazione che è il movimento minimo per poter dire che si è fermi, mentre attorno tutto gira vorticosamente, così tanto che si ondeggia un po’, anche stando sul posto. L’innovazione tecnologica non è usare Word un po’ meglio, non è pensare qualcosa di Facebook: è usarlo, capirne limiti (moltissimi) e vantaggi (qualcuno, ma nulla di cui non si potrebbe avere di meglio); innovazione non è un po’ indicare il dito che indica la luna, soprattutto quando dovrebbe essere partecipazione e utilizzo consapevole, quando dovrebbe essere conoscenza dello spostamento dei limiti della conoscenza e del fare. Per questo è contraddittorio che (senza iPad) quei contenuti non fossero disponibili in formato digitale, a meno di comprare 7 copie di un giornale per leggerne una parte di due. Nella migliore delle ipotesi passerò in edicola solo la domenica. Nella peggiore avrò più tempo per leggere altro (spero) magari in rete ma “scritto” con la stessa cura e autorevolezza.

Lasciamo perdere la lungimiranza dell’editore e del direttore, andiamo oltre anche in questo caso: certo non si può pensare che in tempi brevi il mondo dell’imprenditorialità italiana si renda conto di trovarsi nella situazione di aver perso potere per aver perso conoscenza, come forse sta avvenendo per la classe politica. Piuttosto c’è da sperare che la rete costituisca sempre di più l’infrastruttura, il supporto per una società della conoscenza in grado di far andare avanti il Paese.

Buona fortuna a Luca De Biase e Riccardo Luna, che ci hanno provato e che, mi auguro, continuino a farlo, con in più l’esperienza fatta. Io continuerò a seguirli. E farò prima in ufficio al giovedì.

Leggerezze

Bellaria, non mi sembra di essere stato ad un festival di documentari , ne ho visti pochi, ma ho partecipato ad eventi molto interessanti. Il più inatteso è stata la proiezione di un bel documentario su Ennio Flaiano, già passato su Rai Movie e l’intervista di Marino Sinibaldi a Enrico Vaime, che di Flaiano fu grande amico e collega. Delle tante, il legame tra genialità e pigrizia: Flaiano era molto pigro, abilissimo nello sviare ciò che non gli andava di fare, arrivava a camuffare le voci al telefono; ma per Vaime è logico che sia così, non bisogna farsi prendere dal lavoro, dagli impegni, solo così si ha il tempo per vivere e creare. E poi, tra l’altro, un inno alla leggerezza, che sarebbe piaciuto ad un altro genio, Italo Calvino.

Domani, batterie permettendo, altre sul Bellaria Film Festival 2011

Il ragazzo con la bicicletta

Ennesimo grande film dei fratelli Dardenne, stavolta con un’attrice internazionale e un po’ di musica. Come sempre persone al limite.

Mi ha fatto pensare a quelle storie di animali che si prendono cura di cuccioli di un ‘altra specie, di cagne che allattano micini, di animali feroci tra le cui zampe riposano piccoli che dovrebbero fargli da merenda. Ecco mi è venuto da pensare a queste immagini, la parrucchiera ed il ragazzo mi sembravano quasi animaleschi nel loro essere istintivi, la donna appena più adulta nel suo rasentare l’incoscienza e seguire l’istinto.

Per altro, mi sono chiesto: se comincio a fare il cattivo, la De France adotta anche me?